TAPPA #6

Photo credits: avellinesi.it

Rodolfo de rosa E LA VITA IN CARCERE

Partigiano, a soli 15 anni si unì ai giovani avellinesi che osarono sfidare il regime. Dopo essere stato arrestato e detenuto al Carcere Borbonico,  fu rilasciato grazie all’atto eroico del direttore del carcere e si allontanò da Avellino, per poi rientrare in città insieme all’esercito americano.

"'Anche se ero solo un ragazzo, ero pronto ad intervenire per abbreviare il più possibile il periodo della dittatura e arrivare finalmente alla libertà."
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Rodolfo de Rosa

Credits: ANPI Avellino; Intervista di Domenico Limongiello e Roberto Picariello; Riprese e montaggio: Luigi Borriello

IL CARCERE BORBONICO COME SCUOLA POLITICa

Federico Biondi

Andata e Ritorno. Viaggio nel PCI di un militante di provincia

Quando, infatti, una guardia carceraria venne ad aprire la porta, ordinandomi di uscire all’aperto nel vasto cortile e dicendomi che lì avrei potuto trascorrere tutta la giornata, scorsi tutti gli altri compagni, arrestati come me, che vi erano radunati a conversare e, vedendomi apparire, mi chiamavano agitando le braccia e sorridendo. Pur essendo ancora in corso le indagini, seppi da loro che eravamo già stati deferiti al Tribunale Militare, in base alla legislazione di guerra, per essere processati per direttissima, con l’accusa di attentato all’ordine pubblico e alla sicurezza dello Stato: cosa di cui nessuno mostrava però di preoccuparsi troppo, essendo comune a tutti la convinzione che gli alleati sarebbero giunti prima che il processo potesse effettivamente aver luogo.

La persona più autorevole in mezzo a loro era Alfredo Maccanico, noto antifascista, amico di Dorso e cognato di Sinibaldo ed Alfonso Tino, tutti esponenti del Partito d’Azione clandestino; con lui v’era anche il figlio maggiore Antonio, che l’anno precedente aveva conseguito la maturità classica con esito brillante ed era stato ammesso alla Facoltà di Giurisprudenza della Normale di Pisa. V’erano poi Domenico Ciriello, Medoro Giordano e Matteo De Cristoforo, dei quali ho già detto, Giuseppe e Gaetano Battista, Michele Candida, Ciro Napoletano, mio compagno notturno del giorno precedente, Giuseppe Tulimiero, Clemente Possemato, che avevo rivisto durante gli interrogatori in questura e – motivo per me di immensa gioia, ma anche di forte apprensione per la sua età assai giovane e per il dramma che immaginavo si stesse vivendo ora nella sua famiglia – Pino Pecoraro Scanio, cbe in quel tempo era l’amico mio più caro. […].

Trascorrendo tutta la giornata fuori delle celle nel cortile, quella felice compagnia si trasformò in un vero cenacolo politico in cui le discussioni cominciavano al mattino e finivano all’imbrunire. I Maccanico tenevano banco e da loro venivamo apprendendo qualcosa di più preciso sull’attività che in quei giorni andavano svolgendo nel Paese le forze antifasciste e soprattutto il Partito d’Azione, che mi si andava delineando così come il polo verso cui, uscito dal carcere, si sarebbe rivolta la mia attenzione, fino al momento in cui sarei poi passato nelle file del Partito Comunista, tre anni dopo, nel settembre del ’46.

Quelle discussioni, pur nella loro natura occasionale di sfogo polemico verso il regime badogliano, che manteneva in piedi il sistema repressivo del fascismo, e verso la monarchia, erano per noi giovani delle vere e proprie lezioni di politica e di storia. Sentii allora parlare per la prima volta di Guido Dorso e della sua Rivoluzione meridionale, di Gobetti, degli studi sul Risorgimento di Luigi Salvatorelli, i cui concetti erano un punto di riferimento, di Don Sturzo, di Giustino Fortunato, di Salvemini, Di Antonio Gramsci, invece, la cui fama rappresentò poi per tutti un’acquisizione del dopoguerra, non venne mai fatto il nome. Ma sempre era presente, in ogni conversare, il modello crociano di un liberalismo di superiore valore ideale, quale per conto mio avevo già impresso nella mente, avendo letto e trascritto u di un quaderno, che ora ritrovo ingiallito dal tempo, la sintesi che il fìilosofo ne aveva fatto negli Aforismi sulla libertà, apparsi sul “Roma” del 28 luglio, restituito solo da qualche giorno alla dignità di stampa libera.

Vittorio Santangelo: IL DIRETTORE DEL CARCERE

Federico Biondi

Andata e Ritorno. Viaggio nel PCI di un militante di provincia

Intanto, col passare dei giorni ci veniva accordato un trattamento sempre migliore e più rispettoso, grazie all’attenzione che aveva per noi il direttore del carcere, dott. Vittorio Santangelo, era fratello del noto medico Nicola da molto tempo scomparso, quest’ultimo, ed allora assai stimato in città, di prestigio veramente grande e di idee liberali, divenuto dopo la liberazione uno dei più autorevoli esponenti di questo partito insieme all’avvocato Ferdinando Iannaccone). Dell’unica nube che un giorno venne a turbare la serenità quasi idilliaca di questo clima portai io involontariamente la responsabilità. Da casa mi ero fatto mandare il saggio di Croce sull’Ariosto che avevo preso in prestito alla Biblioteca provinciale e del quale volevo completare lo studio interrotto dall’arresto […].

Ma mia madre pensò di inviarmi anche un biglietto di raccomandazioni, perché stessi attento a riguardarmi la salute, nascondendolo tra la mollica e la corteccia del pane che mi mandò con il pranzo e i due libri. La cosa venne scoperta ed io fui severamente redarguito dal Direttore, che fu costretto a rivolgere anche a tutti gli altri un forte richiamo.

Rodolfo De Rosa

Intervista rilasciata a Il Plurale Web TV, 25 aprile 2019

PROSSIMA TAPPA

Pedala fino alla Farmacia del Leone in Corso Vittorio Emanuele.