TAPPA #5

I bombardamenti

La pagina più drammatica della storia cittadina. Osservando il palazzo bianco che fa angolo con Via Malta, qui è ancora possibile scorgere i segni lasciati dalle schegge delle bombe che, in quei giorni, si impressero nel tufo.

"'Pagine raccapriccianti di storia che bollarono, come prima non era successo, il regime fascista che quella guerra aveva voluto [...]"
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LE BOMBe

Giuseppe Moricola

Nella terra di Dorso: Lotte Politiche e Sociali in Irpinia nell’immediato dopoguerra (1943-1945) in L’Irpinia nella seconda guerra mondiale, a cura di Barra F.

La caduta delle veline propagandistiche e l’impossibilità da parte del
regime fascista di nascondere la fallimentare conduzione della guerra, genera disincanto nelle popolazioni irpine, mentre prende corpo la paura di trovarsi da un momento all’altro in zona di operazione ed essere del tutto indifesi di fronte ad una tale evenienza.

Le supposizioni del questore hanno un che di profetico; di lì a qualche mese le vicende belliche si incaricheranno di dargli ragione. In settembre l’offensiva alleata si intensifica concentrandosi soprattutto sul capoluogo irpino. Sei giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre, Avellino deve fare i conti con le fortezze volanti americane, i B26. 

Ecco come il professore Vincenzo Cannaviello, che ci ha lasciato una straordinaria testimonianza scritta su quegli avvenimenti, ricorda quel tragico martedì 14 settembre:… le undici meno cinque. Mentre io attraverso Piazza Libertà, dove la vita si svolge con la consueta placida calma, un fulmineo tremendo crollo com e per cannonate, fra un turbinio d i proiettili e rottami, scaraventa persone e cose in ogni lato. Non uno strido di sirene, non un rombo di veicoli che ne annunziasse l’avanzata…”.

I bombardamenti, ad ondate, continueranno per tutto il giorno e proseguiranno il giorno successivo e poi il 17 e ancora il 20 ed il 21. È una tragedia tutta racchiusa nel bilancio delle vittime e dei danni: oltre 1.500 morti, centinaia di feriti, 7.953 vani distrutti o parzialmente distrutti – il 46,65% di quelli esistenti -, 1.091 famiglie sinistrate per un totale di 5.535 persone. È il grande tributo alla guerra pagato dal capoluogo irpino: ai morti e alle distruzioni della città vanno ad aggiungersi i danni subiti dalla provincia, gli oltre 16 mila vani distrutti o inagibili negli altri paesi, i 153 ponti danneggiati, 212 strutture tra acquedotti, fognature, ospedali e 830 km d i strade messe fuori uso etc.

Alle perdite umane e materiali inflitte dagli alleati si sommano i danni procurati dai tedeschi che, in ritirata, non hanno risparmiato saccheggi e sabotaggi, colpendo i centri nevralgici della vita irpina, come la centrale elettrica di S. Mango.

Moricola G., Nella terra di Dorso: Lotte Politiche e Sociali in Irpinia nell’immediato dopoguerra (1943-1945) in L’Irpinia nella seconda guerra mondiale, a cura di Barra F.

Credits: video a cura di Giovanni Marino e dell’Archivio Storico Camera del lavoro CGIL Avellino

Così Guido Dorso descrive le condizioni della città di Avellino dopo il bombardamento negli atti giudiziari di una sua cliente, alla quale era stata contestata l’inammissibilità dell’appello, poiché presentato fuori tempo massimo:

[…] 2. La sentenza venne notificata in data 24 agosto 1943 e perciò iltermine per l’appello avrebbe dovuto scadere il 23 settembre 1943.
3. Senonché 1’8 settembre 1943 avvenne Io sbarco degli Eserciti anglo-americani a Salerno ed Avellino fu immediatamente occupata
dall’Esercito tedesco, che provvide a disarmare le forze armate italiane, e ad occupare le strade di accesso alla città.
4. Il 14 settembre 1943 l’Aviazione anglo-americana bombardò otto volte consecutive il centro abitato. Il 15 settembre 1943 i bombardamenti aerei furono quattro, il 16 settembre 1943 sette, e, nei giorni successivi, pur scemando di numero, continuarono quasi fino al giorno dell’arrivo delle truppe anglo-americane.

Inoltre, nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1943 truppe americane aviotrasportate furono lanciate ai due lati della città, ed, identificate le posizioni delle truppe tedesche, cominciò anche il duello delle opposte artiglierie.
Di fronte all’improvvisa trasformazione del nostro territorio in zona di operazione, ed alla dolorosa conseguenza che ben millecinquecento cittadini avellinesi perdettero la vita durante il primo bombardamento aereo, la città diventò un deserto, e la popolazione avellinese, accogliendo l’invito che Radio Algeri le aveva fatto di rifugiarsi in luoghi più sicuri, si trasferì sulle colline e sulle pendici montane, dove, disgraziatamente, ancora altri cittadini perdettero la vita, colpiti dai proiettili di artiglieria.


Come si è detto, nessuno rimase in città: Prefetto della Provincia, Questore, Ufficiali e militi dei RR.CC., Presidente del Tribunale,
Procuratore del Re, giudici, cancellieri ed ufficiale giudiziario seguirono l’esempio di tutti gli altri cittadini, e giudicarono opportuno
mettersi in salvo, anche perché non era chiaro l’atteggiamento delle truppe tedesche, che procedettero ben presto a saccheggiare e a minare gli edifici in applicazione della famosa teoria di guerra tedesca della terra arsa.


4. Occupata militarmente la città dalle truppe americane il 1° ottobre 1943, la vita civile stentò assai a riprendere, sia perché le operazioni militari continuarono ancora per alcuni giorni sulle colline verso Benevento, sia perché la enorme quantità di macerie, il puzzo dei cadaveri insepolti ed il pericolo di incursioni aeree tedesche sulle linee di comunicazione alleate sconsigliarono i più di azzardare il ritorno nelle loro case. Saggiamente, perciò, il Comando dell’A.M.G., insediatosi nel Palazzo del Governo, dispose la sospensione di ogni termine ed attività giudiziaria fino al 10 novembre 1943.


5. Esaurito tale termine, e ripristinate condizioni possibili di vita, il 18 novembre 1943, cioè al ventinovesimo giorno utile, la concludente provvide· a notificare atto d’appello, a mezzo dell’uff. giud. Cianciulli, tornato in carica.

6. L’appello venne in istruttoria in contumacia dell’appellato, ed il Presidente-istruttore si riservò di provvedere con ordinanza sulla
richiesta di questa difesa per il richiamo del fascicolo d’ufficio che la Pretura di Avellino aveva omesso di trasmettere.

7. Ma, invece di provvedere su tale richiesta, l’ordinanza 28 marzo 1944, ha dichiarato inammessibile il gravame, perché prodotto
fuori termine.

8. Contro tale ordinanza, notificata con atto per uff. giud. Cianciulli del 29 marzo 1944, la concludente ha prodotto reclamo al Collegio
con ricorso 7 aprile 1944, ed ora la causa viene in discussione per la revoca e l’annullamento dell’ordinanza medesima.

Dorso G., Un atto di comparsa conclusionale in L’Irpinia nella Società Meridionale, Edizioni Cenro Dorso

 

fallisce il progetto di rivolta armata

Antonio Di Nunno

Lotte Politiche in Irpinia  1943-1946

Sulla mancata insurrezione e sullo stesso gruppo “giovanile”, così ne parlò uno dei protagonisti tenente pilota Renato Santulli ricostruendo quei facci sulle colonne del “Corriere dell’Irpinia”: “ […]  A ricordo delle giornate tristi del settembre del ’43 il mio pensiero non comincia a ripassare gli avvenimenti dal momento in cui le lancette dell’orologio di Corso Vittorio Emanuele si fermarono a segnare le fatali undici meno cinque. […] I giovani che sono stati chiamati un po’ troppo superficialmente soltanto “animosi” non cominciarono ad esserlo col trasportare feriti e col salvare vite umane votate a sicura morte; la loro attività va molto più lontano. […]

I tedeschi alla Caserma Allievi Ufficiali bruciavano 1e armi che senza troppo onore erano state abbandonate e) magari , soltanto il mattino dello stesso giorno, rifiutate da un X aiutante maggiore. Per la storia: due dei giovani “animosi” – gli universitari Luigi Borriello e Renato De Rogatis, – si presentarono a lui e, dopo una chiara esposizione della situazione, gli chiesero per la già progettata azione le armi. La risposta fu melensa e pavida: “vi posso tutto al più dare una tazza di caffè, alle armi penseremo noi”. A quell’ora gli stessi giovani “animosi” (era un gruppetto sparuto) già avevano proceduto di caserma in caserma a raccogliere armi, precedendo, tal volta di pochi minuti l’arrivo dei tedeschi. Poco importava se a questo spirito d’ardimento fu fatto insulto anche a mano armata, da gente italiana pavida, che trovava coraggio soltanto per l’imminenza della fuga. Per la storia: l’allora S. Tenente Vittorio Cannaviello (oggi Commissario di P.S., Renato De Rogatis, il ten. pilota Renato Sandulli, gli universitari Luigi Borriello, Elvio Giuditta, Giuseppe Siciliano, Aristide Preziosi e un giovane coraggioso studente di S. Lucia di Serino di cui sfugge il nome, e che non è stato più rivisto, salgono nella sala dell’accantonamento militare sito nel palazzo scolastico per farsi consegnare le armi, in vista del prossimo arrivo dei tedeschi. Senza troppe parole, ognuno prende le armi e un mitra, però, mancavano i caricatori: era necessario averli. Il ten. Sandulli, facendosi riconoscere, chiese con insistenza ad un caporale che preparava il suo zaino, dove fossero. Per risposta si ebbe puntata al petto una pistola, con l’ingiunzione di allontanarsi. Lasciavano però la sala con i caricatori: sull’uscio, prima di andare, si voleva far pagare caro il gesto da bandito (si voleva lanciare una bomba a mano) e fu dovuto alla prudenza ed alla generosità di quegli “animosi” se ciò non fu fatto. Per portare a destinazione si dovette percorrere una strada ove stazionava un’autocolonna tedesca. Nessuno di quegli “animosi” ebbe il pensiero di tornare indietro.  Contemporaneamente l’avv. Angelo Montella, l’avv. Vincenzo Genovese, il dr. Michele De Laurentiis e Giuseppe Del Gaudio – ex cameriere del caffè Lanzara – penetravano nel Distretto Militare, presidiato dai tedeschi, dal quale asportano armi che occultavano in un deposito presso la Villa Speranza ove già erano stati costretti qualche notte prima, perché braccati dai tedeschi e dai fascisti. Sul tardi fu tenuta una riunione  in casa dell’avv. Mantella, per la messa a punto della progettata azione partigiana. […]

Tutto era pronto, per il 16 si sarebbe passato all’azione.  Nel pomeriggio del giorno dopo si eseguì la prima azonione di sabotaggio in grande stile […]. L’universitario Giovanni Gallo e Aristide Preziosi, spalleggiati da altri giovani armati, tagliavano in più punti le comunicazioni telefoniche fra il comando tedesco e i nuclei tedeschi sparsi nell’Avellinese.. La signora D’Argenio fioraia, ricorda ancora con terrore i tedeschi che, accortisi del fatto, cercavano di individuare gli autori. Poi gli eventi incalzarono. La mattina del 14 gli “animosi” giravano già dalle prime o re per le strade della città; si aspettava l’ultimo carico di armi che il ten. Cannaviello era riuscito ad occultare in un vano di sua proprietà, ex sede di posto di blocco militare italiano. Il tutto doveva compiersi per mezzogiorno. Ma l’orologio di Corso Vittorio Emanuele fu fermato dallo scoppio delle bombe e se ne ristette atterrito all’urlo della gente pazza di dolore e di angoscia, allo spettacolo più grande della morte. Era l’ora del sacrificio: gli “animosi” dispersi un po’ tutti, più che dalle bombe, dai compict loro assegnati alla periferia d ella città, rimasero divisi.”

(Corriere dell’Irpinia”, 5 gennaio 1946)

La città viene abbandonata:
rimangono pochi eroi

Simon Pocock

Campania 1943 (Vol III)

In seguito alle incursioni, ci si è domandato più volte se le autorità della città non avessero potuto fare di più per aiutare la popolazione nel dopo-incursione: il podestà De Conciliis, di fatto spodestato dopo la caduta di Mussolini e sostituito da un Commissario prefettizio, si trovava, fortunatamente per lui, già fuori città; la sua abitazione fu colpita da una bomba. Il Prefetto Zanframundo, il Comandante dei Carabinieri Martino e il Questore Vignali, trovandosi già fuori città, si affrettarono a rientrare ma, trovando la città deserta o comunque priva di uomini utili, e temendo di finire nelle mani dei tedeschi, tornarono in campagna o si misero a cercare i loro familiari. […]

Anche il direttore dell’ospedale, Francesco Paolucci, fu criticato per essere sparito dal posto di lavoro, probabilmente tra il bombardamento della 14.30 e quello delle 16.00. Sebbene dovette lavorare nella confusione più inimmaginabile, e pur comprendendo le ragioni per le quali, saltatigli i nervi tra il bombardamento delle 14.30 e quello delle 16.00, egli avesse abbandonato l’ospedale, Paolucci inspiegabilmente non tornò dal suo rifugio in Contrada Selve che 19 giorni dopo l’evento; per ben cinque giorni i feriti rimasero solamente nelle mani pietose di una manciata di suore, che non erano specializzate per gli interventi necessari.

IL VESCOVO GUIDO LUIGI BENTIVOGLIO

Andrea Massaro, Armando Montefusco

Strade e Piazze di Avellino

L’opera di Monsignor Bentivoglio si distinse in modo particolare in Avellino. Durante i tragici giorni dei bombardamenti che, iniziati il 14 settembre 1943, causarono numerosissimi vittime e danni ingenti al patrimonio edilizio. Nei primi bombardamenti, lo stesso Vescovo rimase ferito a seguito del crollo del seminario di Piazza Duomo. Malgrado le ferite, fu tra i primi a soccorrere i feriti, a benedire i morti. La lettera pastorale rivolta agli abitanti della città rimane un documento struggente sulla situazione nella quale si trovò Avellino in quei luttuosi giorni. L’8 dicembre 1945, a Mons. Bentivoglio fu conferita la medaglia d’argento al valore civile. Nella storia religiosa di Avellino restano le lettere pastorali indirizzate al clero e ai fedeli. In particolare si segnala la desolazione desolata est civitas, sulle tragiche giornate dei bombardamenti e quella sui problemi del mezzogiorno. Il 29 aprile del 1949, il Consiglio Comunale lo nominò cittadino onorario di Avellino.

PROSSIMA TAPPA

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