TAPPA #10

FEDERICO BIONDI E I VOLANTINAGGI CLANDESTINI

Non solo antifascismo intellettuale. Anche ad Avellino si cercò, in qualche modo, di organizzarsi per manifestasre il dissenso verso il regime, prima, e il Governo Badoglio, poi.

"'Fu proprio quella sera che all’avversione per il regime, mantenutasi fino ad allora su di un piano ancora ideale ed astratto, subentrò un sentimento di odio che mi spinse a cercare qualche possibilità di lotta attiva."
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cospiratore solitario

Federico Biondi

Andata e Ritorno. Viaggio nel PCI di un militante di provincia

Un giorno del ’42, sull’imbrunire – mi pare che si fosse in autunno – mi capitò di assistere, all’imbocco dello Stretto (come allora si chiamava la Via Nappi, prima dello slargamento apportatole dopo la guerra), al passaggio di una lunga colonna di giovani della classe 1921 che partivano per l’addestramento militare, compiuto il quale sarebbero stati avviati al massacro sui fronti di guerra. Era la classe che la propaganda fascista aveva battezzato come quella della vittoria. Osservando quei ragazzi e pensando al destino che li attendeva fui sopraggiunto da un senso di angoscia e da un nodo che mi stringeva alla gola. Lo ricordo come se fosse oggi, e quel nodo, mentre scrivo, mi pare di sentirlo di nuovo. Fu proprio quella sera che all’avversione per il regime, mantenutasi fino ad allora su di un piano ancora ideale ed astratto, subentrò un sentimento di odio che mi spinse a cercare qualche possibilità di lotta attiva. Ma era assolutamente assurda la sola idea di poterne trovare qualcuna.

[…] dai comunicati di radio Londra venivamo a sapere che, con gli scioperi delle fabbriche del Nord e con la costituzione clandestina del Partito d’Azione, anche in Italia s’era ormai aperto un fronte interno di lotta.

Non c’era più tempo da perdere. In assoluta segretezza, e senza parlarne né agli amici più intimi e neppure a mio fratello, cominciai la mia attività cospirativa e, con l’aiuto della carta copiativa mi misi a riempire centinaia di fogli – che poi tagliati, come si fa in tipografia, in strisce più piccole, diventavano migliaia – con sglogans inneggianti alla libertà e alla caduta inevitabile del fascismo. Utilizzavo qualche concetto mazziniano e persino qualche strofa del Carducci, per dare una forma al sentimento antitedesco. Certo, il loro ricordo mi fa oggi anche sorridere. Ma allora quelle frasi corrispondevano ad un furore sincero.

[…] La condizione di assoluto isolamento e segretezza in cui lavoravo, non mi aiutava, tuttavia, a trovare il coraggio di passare alla materiale diffusione di questo materiale. O forse non ne ebbi neppure il tempo, perché ero ancora intento a moltiplicare il numero dei volantini, quando il 25 luglio la radio annunciò la caduta di Mussolini. In un attimo mi precipitai in strada e dalle tasche gonfie quelle minuscole striscioline cominciarono furtivamente a cadere per terra un po’ qua e un po’ là lungo lo Stretto. Avevo il cuore in tumulto e cercavo di non farmi scoprire. Notavo, però, che i passanti si fermavano a raccoglierli e li leggevano incuriositi, forse sorpresi, senza però gettarli via. Ero soddisfatto. Avevo agito con un certo ritardo ma avevo agito, e, in ogni caso, potevo riconoscermi il merito di aver avuto l’idea che si dovesse fare qualcosa, già diversi mesi prima che il fascismo finisse.

Quella sera i miei volantini furono, per quanto ne so, l’unico fatto politico della città (le manifestazioni di giubilo e gli attacchi alle sedi, ora vuote, del partito fascista sarebbero intervenuti il giorno dopo) e nessuno, prima del momento in cui questo racconto vede le stampe, ne ha mai saputo nulla, oltre quelle persone che per caso raccolsero le mie cartuscelle coll’angolo tricolore (con pazienza certosina avevo provveduto anche a questo), senza però poter capire da dove venissero.

contro la "peste nazista"

Federico Biondi

Andata e Ritorno. Viaggio nel PCI di un militante di provincia

È dalla constatazione di questo stato di sostanziale ricostituzione del quadro repressivo, che appariva dunque immutato e riconduceva alla situazione precedente il 25 luglio, che anche in una piccola città come la nostra scaturì appunto la decisione di un piccolo gruppo di democratici di dar vita ad un’azione di denuncia del disegno reazionario che si celava nella manovra continuistica del governo badogliano, chiaramente mirante a riempire il vuoto di potere venutosi a creare, con la prosecuzione delle operazioni militari da una parte e, dall’altra, con un progressivo recupero di autorità da parte della monarchia a cui l’eliminazione dell’ipoteca fascista si credeva potesse ridare il prestigio perduto ed il favore popolare.

Del gruppo facevano parte mio fratello Enrico, Domenico Ciriello, Medoro Giordano, Matteo De Cristofaro, (immigrato dall’america qualche anno innanzi ed alcuni altri. […]

Poiché nessuna tipografia si sarebbe prestata ad una iniziativa così rischiosa, venne preso di notte un ciclostile nei locali dell’ufficio di Zootecnia, presso cui era impiegato il Ciriello, e negli scantinati dell’abitazione di quest’ultimo vennero così stampati migliaia di volantini, nei quali da un lato si affermava senzi mezzi termini che “Continuando la guerra tedesca sul suolo della Patria”, il Governo Badoglio tradiva il Paese, e dall’altro si esortavano i cittadini ad essere pronti “al momento opportuno, a collaborare alla liberazione della Penisola dalla peste nazista, seguendo l’esempio dei fratelli siciliani”.

Ricevutane da mio fratello una certa quantità, con quel poco di addestramento che mi ero procurato da me, come cospiratore solitario, riuscii a smaltirne la maggior parte prima che, qualche giorno dopo, la polizia mettesse le mani sul movimento. […]

Ancora non sapevo che un alunno privato di mio padre, al quale avevo consegnato un po’ di quella propaganda, a sua volta si era fatto scoprire e, interrogato dalla polizia, aveva fatto il mio nome. Avvenne così che, quasi all’ora di pranzo, il 22 agosto, mentre mio padre faceva lezione ad un gruppo di giovani rimandati in matematica, e mia madre era intenta alla cottura di una tortiera di patate, due agenti muniti di to di perquisizione bussarono alla porta e, entrati in casa, senza troppi complimenti, misero a soqquadro ogni cosa.

Cercarono dappertutto, in ogni mobile, nella scrivania, nei letti; ma non aprirono il pianoforte dove avevo nascosto alcuni dei miei primi volantini e, incredibile, non ebbero l’idea di frugare nelle tasche di una giacca appesa alla spalliera di una sedia, nella quale sbadatamente avevo lasciato una piccola quantità del nuovo materiale. […]

Del mancato ritrovamento del corpo del reato fecero però le spese un certo numero di fogli manoscritti nei quali avevo riassunto il saggio di Benedetto Croce sull’Ariosto, e che, a motivo del sapore sovversivo del nome dell’autore che io avevo posto in testa agli appunti, vennero immediatamente considerati da quei solerti agenti come una buona preda e quindi sequestrati, mentre la casa si riempiva del fumo delle patate che si bruciavano, perché a mia madre, costretta a non allontanarsi dal posto in cui i poliziotti erano intenti a compiere la loro opera scientifica, non veniva neppure concesso, nonostante le sue implorazioni, di andare a toglierle dal fuoco.

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